Quanto vale un maker? Ce lo spiega Stefano Maffei


Sta per terminare la prima fase della MakersInquiry, il primo “censimento” a livello italiano del movimento dei makers. Un universo dentro il quale si annoverano makers, progettisti autoproduttori e gestori di makerspace. Ne abbiamo parlato con Stefano Maffei, docente presso il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano e anche uno dei curatori dell’inchiesta.

Di makers si parla in modo crescente da alcuni anni. Come appare agli occhi di un osservatore attento? Si tratta di un universo composito che evolve molto velocemente, cogliendo a pieno le opportunità offerte dalla fase di transizione in corso – e ci tengo a sottolineare il termine transizione e non crisi – facendosene segnalatori. Rappresentano l’ avanguardia di un movimento che tuttavia ha in sé tutti gli elementi per diventare mainstream.

Quali sono state le motivazioni che vi hanno mosso alla formulazione della MakersInquiry? La leva principale è stato il desiderio di capire se questo movimento ha in sé i termini per essere un modello sostenibile che non costringe gli sperimentatori a scegliere tra l’indipendenza o la grande azienda ma che alimenta se stesso, la vita di chi lo porta avanti e abilita anche la nascita di spazi e realtà complementari.

Esistono aree di somiglianza e di sovrapposizione tra makers e designer autoproduttori, quali sono invece gli elementi di differenza? Sta tutto nello stile di pensiero: dove il maker si caratterizza per un approccio multidisciplinare, il designer auto-prodotto è spesso emissione di un percorso mono disciplinare di matrice accademica. Dove questi ultimi si rifanno a tradizioni o maestri che già in passato hanno sperimentato l’autosufficienza produttiva, i maker spesso fanno confluire nelle loro creazioni insegnamenti, esperienze e vocazioni strettamente personali. Trovo quindi pertinente la definizione usata da una manifestazione come Operae: il concetto di indipendente o indie derivato dalla musica identifica un mercato che prima di essere numericamente rilevante si delinea per una serie di caratteristiche sociali. Non si tratta di essere maker o autoproduttore ma di sapere cogliere il momento e le opportunità che esso offre.

Che tipo di risultati ti auguri che emergano dalla ricerca? Quello che speriamo di ottenere sono fatti e visione. Una volta che avremo in mano i numeri e un quadro verosimile del potenziale, ci immaginiamo di poter iniziare a discutere seriamente di come usufruire della forza già presente sul territorio. Anche con l’obiettivo di agganciare il gap che separa l’Italia dall’Europa in materia di fabbriche del futuro. Per non parlare degli Stati Uniti dove una politica cosiddetta di forecast privilegia la generazione di policy ancora prima che il fenomeno si sia ampiamente manifestato.