Autoproduzione: intervista a Luisa Bocchietto


Luisa Bocchietto è architetto, designer e dal 2008 Presidente Nazionale dell’ ADI – Associazione per il Disegno Industriale. Laureata nel 1985 a Milano con Marco Zanuso in Disegno Industriale e diplomata presso IED in architettura di interni. Lavora con un proprio studio a Biella e Milano e collabora come tutor e come visiting professor con università e scuole di design.

 

Dal suo duplice punto di vista, di designer e di presidente di ADI (Associazione per il Disegno Industriale), che significato associa l’espressione “design autoprodotto” ?

 

Per deformazione professionale, penso il design principalmente come design industriale. Dal mio punto di vista, reputo quindi chiara la differenza tra design, arte e artigianato. Rispetto a questo triangolo di espressioni dell’ingegno umano, in Italia, paese, da sempre, di trasformatori, il design autoprodotto si giustifica soprattutto come una naturale tensione creativa del territorio e della sua gente, che nell’autoproduzione trova occasione per esprimersi. Si distingue quindi dal fai-da-te, maggiormente tipico del mondo americano e anglosassone, più orientato alla creazione di un oggetto strettamente funzionale.

In un’ottica contemporanea, poi, il design autoprodotto trova motivazione in un certo ritrovato amore per “il fare le cose” a cui spesso è associato il tentativo di riappropriarsi del ciclo di produzione continuo: sapere com’è fatta una lampada, di quali materiali, come si fa a realizzarla, sono domande legittime che le persone hanno iniziato a porsi e alle quali cercano di dare risposte.

 

Rispetto al design industriale, il fenomeno dell’autoproduzione è spesso interpretato secondo due opposti universi di senso: concorrenza vs avanguardia. A quali di questi fronti, secondo lei, appartiene?

 

Rispetto a questa dicotomia interpretativa, io credo che ci sia una sorta di falso problema: molti tra i designer che fanno autoproduzione, in realtà fanno autopromozione. Dal mio punto di vista, l’autoproduzione serve in molte occasioni per mettersi in luce e trovare aziende da cui farsi produrre in modo tradizionale.

Del resto l’autoproduzione, oggi, si confronta con un problema reale: difficile riuscire a gestire bene tutti i passaggi della filiera e guadagnare abbastanza. Per sopravvivere, è necessario lavorare per le poche aziende importanti che fanno prodotti per il mercato.

In molti casi, dunque, i giovani designer usano l’autoproduzione come fase di passaggio. A meno che, con la propria ricerca progettuale, si intenda inseguire una forma di espressione artistica o una particolare nicchia, rilevante per il valore intrinseco che possiede, e dunque un genere di qualità che solo una produzione limitata può garantire. In quel caso si aprono altre strade: quella artistica se si vuole rendere il prodotto portatore di un particole valore filosofico, oppure quella artigianale se si intende focalizzarsi su un particolare metodo o pratica di eccellenza.

Nei casi più complessi invece l autoproduzione trova riscontro in una logica evolutiva che rimette in discussione tutto il processo creativo alla ricerca di nuove interrelazioni tra i diversi attori che oggi si devono interfacciare per promuovere innovazione.

 

Guardando al territorio nazionale, quali ritiene essere le realtà locali più interessanti sul fronte dell’autoproduzione?

 

Normalmente l’autoproduzione si esprime meglio nei luoghi più distanti dai centri di comunicazione. Le Marche e il Veneto, per esempio, sono zone molto attive. Anche la Campania sta esprimendo una piccola rete di micro-imprenditori molto interessanti. Qui, una certa carenza del tessuto industriale si sta trasformando in un’opportunità che probabilmente potrebbe condurre alla formazione di una rete imprenditoriale molto valida.

Torino, con la ricaduta degli eventi di world design capital del 2008, può diventare un laboratorio interessante.

La presenza di questi nuclei dimostra che sul territorio c’è un’intelligenza diffusa che spesso non corrisponde a quella del Sistema Paese, dove spesso la qualità espressa dalla base non viene valorizzata a sufficienza.