Un domani, vorrei che il mio lavoro venisse considerato onesto: intervista a Federico Peri


Intervista di Annalisa Rosso

Il 2016 è un anno speciale per Federico Peri. Poco più che trentenne, il designer originario di Treviso è stato nominato per il German Design Award 2017 e ha consolidato la recente collaborazione con la galleria Nilufar. Mentre i magazine specializzati più rilevanti lo acclamano come uno dei talenti più interessanti del momento (Wallpaper lo ha definito “Italian Design Star”).

Peri ha partecipato per due edizioni consecutive a Operæ, nel 2014 e nel 2015. Abbiamo parlato con lui del senso di un’iniziativa di questo genere, di design emergente e indipendente, di futuro, collezionismo e tanto altro ancora.

ANNALISA ROSSO: Parlaci del tuo incontro con Operæ. Perché hai deciso di partecipare?

FEDERICO PERI: È stata un’esperienza costruttiva in entrambe le edizioni alle quali ho preso parte. L’ultima, in particolare, per me ha segnato uno spartiacque. Ma l’aspetto al quale sono più legato è la sensazione di essere cresciuto – professionalmente parlando – insieme all’organizzazione di Operæ. Ho inviato la mia prima candidatura sotto consiglio di una coppia di amici e colleghi che avevano partecipato negli anni precedenti. Nel 2014 ho conosciuto l’azienda che oggi produce e commercializza la mia libreria “Enrica”. Quindi ho deciso di tornare nel 2015 ed è così che sono entrato in contatto con la galleria Nilufar. Due buoni risultati, direi.

AR: Il tuo è un design da collezione. Anche quando non ti occupi di oggetti, ma firmi interni e installazioni, si tratta sempre di progetti site-specific. Perché questa predilezione per i pezzi unici?

FP: Interni e design da collezione sono due ambiti che sviluppo in parallelo, ma con modalità diverse. Per quanto riguarda i progetti di arredo, mi piace concepirli distaccandomi da dinamiche di produzione seriale, approfondendo i dettagli e l’unione di materiali differenti. Non che sia disinteressato rispetto la produzione industriale, ma al momento sento di esprimermi meglio nell’ambito dell’edizione limitata. I progetti d’interni generalmente sono la risposta a una necessità del cliente, che si tratti di un marchio o di un’abitazione privata. Cerco sempre di trasmettere il mio gusto.

AR: Come interpreti il panorama attuale del collezionismo di design contemporaneo? Sei a tua volta un collezionista?

FP: È sicuramente un settore in crescita, l’interesse sta aumentando e ora associare il design a un’idea di collezionismo non sembra più una novità. Certo, parliamo di un design differente. Non sempre si tratta di prodotti che nascono per rispondere a delle esigenza precise. Piuttosto, spesso si tende a realizzare un concetto per trasmettere un’emozione. Anche io colleziono: mi piace la storia, apprezzo il passato. Nel caso del design, penso sia questione di conoscerne il valore. Negli ultimi anni sto collezionando piccoli oggetti di epoche diverse. Prediligo gli anni ’20 e ’30, ma l’insieme di stili differenti è sempre interessante.

AR: Operæ è un festival di design indipendente. Cosa significa dal tuo punto di vista questa definizione?

FP: Io mi sento un designer indipendente, nel senso che mi piace essere libero di esprimermi nel progettare arredi o prodotti, e realizzare opere che mi rispecchino. Questo comporta una buona possibilità di presentarsi al mercato mostrando le proprie capacità, ma allo stesso tempo consiste solo nella punta dell’iceberg. Per un designer indipendente è indispensabile conoscere e disporre di una rete di artigiani fidati con i quali collaborare, scambiarsi pareri, informazioni e – se si è fortunati – imparare alcuni segreti del mestiere. Ma è una faccenda complicata: oltre al lavoro di progettisti è necessario approfondire alcuni aspetti imprenditoriali. E probabilmente questo è il tema più complesso, dato che per vocazione il designer è tendenzialmente legato alla creatività e non ai numeri. Mi riconosco in parte in questa definizione. Amo agire liberamente seguendo tutto il processo produttivo così come apprezzo lavorare con gallerie o brand, tutto dipende dal progetto.

AR: Per l’edizione 2016, il tema scelto è Designing the future. Un appello alla consapevolezza e al coraggio dei designer, un invito all’assunzione di responsabilità. Che effetti vorresti provocare con il tuo lavoro?

FP: Credo il numero dei designer sia in costante aumento, ma non si possa dire lo stesso riguardo alla richiesta di oggetti. Sentendo parlare di Designing the future, di consapevolezza e responsabilità, mi viene subito in mente una frase di Munari: “ci sono più sedie che culi”. Un’affermazione tanto diretta quanto vera. Che si tratti di prodotto industriale o di una edizione limitata, la coscienza che si stia immettendo nel mercato un nuovo elemento deve farci ragionare su quello che stiamo facendo. Progettare e inventare cose nuove è la mia passione, ma cerco di farlo considerando che dovranno durare a lungo e soprattutto utilizzo materiali che possono essere riciclati (legno e ferro, tra gli altri). Molti definiscono l’eco-design come una moda. Per alcuni aspetti posso essere d’accordo, ma sarebbe l’ideale se tutto fosse soggetto ad una tendenza che migliori l’ambiente. Un domani, vorrei che il mio lavoro venisse considerato onesto. Che lo stesso prodotto possa essere utilizzato da più generazioni, così come accaduto con i grandi maestri. Per questo, più che di effetto provocato, parlerei di un effetto desiderato: mi piacerebbe fare parte di una nuova generazione di progettisti che possano, in un lontano futuro, meritarsi la stessa considerazione di Scarpa, Albini, Parisi, Borsani, eccetera. E questo sarà possibile solo insieme ai miei colleghi designer italiani.

AR: Che consigli daresti a un designer emergente? E a uno studente?

FP: A uno studente consiglierei di documentarsi il più possibile, riflettere sulle proprie scelte e soprattutto essere curioso. Visitare eventi come Operæ e parlare con i designer è molto più utile di quanto si possa pensare. L’ambito creativo è affascinante, ma è fondamentale avere una grandissima passione per questo mestiere. In ogni situazione si possono essere dei periodi difficili e proprio per questo motivo, se non si crede fermamente nella propria scelta, è molto difficile perseguirla. A un designer emergente direi di essere molto paziente, individuare il proprio linguaggio e non lasciarsi tentare dal seguire mode e tendenze. Bisogna trovare una propria filosofia progettuale e porsi una domanda: “mi emoziono quando progetto?” Se la risposta è sì, allora senza dubbio si è sulla strada giusta. L’impegno è fondamentale, i miei progetti migliori sono sempre stati frutto di lunghe nottate fatte di riflessioni e tentativi. Anche il talento è un aspetto importante, ma credo sia soprattutto una questione di applicazione e di piena coscienza di quello che si sta facendo. Ultimo consiglio: leggere almeno due volte l’intervista di Sam Baron pubblicata di recente sul blog di Operae.

AR: Qual è il feedback più importante che tu abbia mai ricevuto?

FP: Non so se sia un feedback, ma mi ha fatto piacere un’osservazione che mi è stata rivolta più volte: “Chi ti conosce sa che gli arredi che hai realizzato ti rispecchiano al 100%”.