Ettore Sottsass e l’alchimia del vetro


Sull’isola di San Giorgio Maggiore, pacifica parentesi ad alta densità artistica lontano dal turbinio di professionisti e appassionati d’arte che affollano l’Arsenale e i Giardini de La Biennale di Venezia, Le Stanze del Vetro rende omaggio a Ettore Sottsass (1917-2007) nel centenario della sua nascita. Con oltre 200 pezzi tra oggetti e disegni, la mostra Ettore Sottsass: il vetro, curata da Luca Massimo Barbero, celebra la fascinazione di Sottsass per la secolare tradizione muranese, nata nel 1946 durante gli allestimenti per la sezione dedicata all’artigianato della Triennale di Milano.

Un’esuberante parata di forme e colori si dispiega nell’allestimento scenografico disegnato da Annebelle Selldorf, ripercorrendo 60 anni di produzione vetraria sperimentale. Incurante delle regole tecniche precostituite e dei canoni estetici tradizionali, Sottsass gioca ed esplora con ironia le possibilità del vetro, immaginando composizioni di azzardate forme geometriche e decise contrapposizioni cromatiche. Il vaso non è più semplice contenitore funzionale ma libera creazione che non teme il rifiuto della classica simmetria, la decorazione con elementi pendenti, l’introduzione di materiali e tecniche estranee alla tradizione.

Negli anni ’80 l’introduzione della colla chimica infrange il processo dell’incollatura a caldo del vetro muranese e crea le serie Memphis (1982, 1986), visionarie composizioni dai nomi di stelle e donne veneziane, esposte nella prima sala come gemme incastonate in una griglia metallica retroilluminata a esaltarne trasparenze e sovrapposizioni. Nelle sale successive, gli esperimenti in vetro si innalzano come totem su ampi e pieni basamenti alternati ad aperti e leggeri supporti metallici, sottolineando le diverse soluzioni formali adottate da Sottsass: la fragilità del vetro è sostenuta dalla solidità del marmo nella serie Big & Small Works (1995) realizzata per la galleria Bischofberger, abbracciata nelle tre varianti cromatiche di Luna (1997), o superata nell’equilibrio acrobatico degli elementi inanellati su aste metalliche nella serie Capricci (1998). La compresenza di diversi materiali si ripresenta nella serie Kachina (2004-2006) per la galleria Mourmans, un pantheon di idoli pagani zoomorfi ispirati alle bambole degli indiani Pueblo in cui il vetro soffiato trasparente o opaco è accostato al corian. Nelle ultime sale le linee creano vasi fitomorfi dai rami di vetro nella serie Xiangzheng (1999), fino a formare una vera selva di colori nell’installazione commissionata nel 1999 dall’emiro Saud bin Muhammed Al-Thani per la Millennium House di Doha.

Sottsass libera così il vetro dalla sua tradizionale funzionalità meccanica e rinnova gli esiti di una lavorazione antica con il suo universo di vasi diventati scultura, sempre riconoscendo il fondamentale ruolo dei maestri artigiani. Attraverso un processo alchemico, quasi magico, i vetrai plasmano le linee dei suoi disegni in incandescenti utopie colorate, “suonando musica soffocata” nelle loro lunghe canne, girando, tirando silenziosamente la materia, “con gesti senza parole, secondo una specie di rituale notturno”, a cui Sottsass guarda con incanto. “Dal molle viene fuori il fragile, dal fuoco viene fuori il colore, dal bagliore viene fuori la trasparenza. […] Il vetro esce dal fuoco pulito, esce intatto, lucente, perfetto, proprio come avevo pensato avevo pensato e forse anche di più”. Finalmente il vetro c’è, e si può ammirare fino al 30 luglio 2017.