Il design indipendente secondo Domitilla Dardi


Intervista di Annalisa Rosso

Curatrice per il Design al MAXXI e insegnante di Storia del Design allo IED di Roma, Domitilla Dardi ha firmato il progetto curatoriale di Object 2016, sezione dedicata al design da collezione nella fiera Miart. Abbiamo parlato con lei di cultura del progetto e di molto altro.

ANNALISA ROSSO: Alla luce del tuo recente lavoro per Miart, del tuo ruolo nell’insegnamento e della tua lunga collaborazione con il MAXXI, come vedi il futuro del design indipendente?

DOMITILLA DARDI: Qualunque ambito di lavoro, che sia istituzionale o indipendente, ha le sue regole, limiti entro i quali muoversi e condizioni da rispettare. Credo che la questione sia quindi mettere a punto buoni progetti calibrati per un contesto specifico. La sfida è prima di tutto quella delle idee e del modo per realizzarle. Per questo a volte si possono raggiungere ottimi risultati anche con budget limitati e in contesti indipendenti. Ma dipende sempre dall’idea che sta alla base e in questo la curatela è la condizione di partenza indispensabile.

AR: Multidisciplinarietà, educazione alla cultura del progetto, capacità di una visione d’insieme da parte dei designer, che tenga conto anche delle conseguenze del proprio lavoro. Gli elementi da prendere in considerazione parlando di design contemporaneo sono molteplici. Quale ti coinvolge più direttamente?

DD: Il design contemporaneo mi coinvolge principalmente per la possibilità di mettere in relazione persone diverse e forze allargate. Rispetto a quello storico è un vero dialogo, fatto di confronti e, a volte, anche di scontri. Non riesco quindi a definire più interessante un ambito di ricerca rispetto a un altro, perché molto dipende dal singolo progetto. Ma di sicuro mi interessa la dimensione corale.

AR: Il titolo di Operae 2016 è Designing the future. In questo senso, quali responsabilità ha il design dal tuo punto di vista?

DD: Progettare il futuro è un’espressione importante che un po’ mi spaventa, forse perché mi fa pensare a un impegno verso le prossime generazioni. Ma non credo che il design possa assumersi le responsabilità della vita politica e sociale. A volte, infatti, mi sembra si cada nell’equivoco di assegnare responsabilità da demiurgo ai progettisti. Questo, al tempo stesso, non vuol dire che non si possa riflettere o aiutare a ragionare su questi aspetti. Pensare e progettare con onestà intellettuale, consapevoli dei propri mezzi e di chi si è, mi sembra già un grande compito. E questo vuol dire soprattutto stare nel presente.

AR: Un consiglio per gli studenti di design, futuri progettisti.

DD: Consiglio loro di scegliere attentamente un’ “educazione” (nel senso inglese di education, formazione), ma poi di non essere troppo “educati”. Intendo dire che troppo spesso vedo progettisti capaci che escono da scuole importanti e poi però non si discostano dagli insegnamenti ricevuti per trovare la propria strada. Il rischio di un’omologazione da international style è sempre esistita storicamente, ma oggi c’è un progetto internazionale molto corretto e di alto livello che rischia di azzerare le differenze. Bisogna studiare molto per essere consapevoli di cosa si conosce o si ignora, per poi dimenticarsi i maestri e andare avanti da soli.

AR: Quali sono i prossimi progetti di cui ti occuperai?

DD: Abbiamo diverse ricerche avviate su nuovi progetti al MAXXI e poi ultimeremo il ciclo delle Local Icons con Alcantara, quest’anno dedicandoci al confronto tra Nord e Sud del mondo.
Confermo anche per il prossimo anno il mio impegno con Miart con l’obiettivo si consolidare il ruolo del design contemporaneo. E poi, come sempre, tanta scrittura e insegnamento: sono aspetti del mio lavoro dai quali non posso prescindere.