Costas Voyatzis: Design è Condivisione


Intervista di Annalisa Rosso

Dieci anni fa, Costas Voyatzis fondava Yatzer. Nato come una sorta di archivio personale, in breve tempo il blog è diventato un punto di riferimento imprescindibile sui temi di design, architettura, arte, viaggio. Specchio della personalità vulcanica di Costas, le pagine online di Yatzer hanno fatto scuola. Merito di un approccio internazionale e sempre aggiornato, unito a un tono originale applicato ad argomenti inediti.

Annalisa Rosso: Viaggi molto e sei costantemente aggiornato sulle ultime novità del panorama del design internazionale. Dal tuo punto di vista privilegiato, come vedi il futuro del design indipendente?

Costas Voyatzis: Io viaggio fisicamente in tutto il mondo, ma viaggio anche attraverso le migliaia di email che ricevo ogni giorno da parte di designer indipendenti.
Il design rimane un campo molto selettivo. Tuttavia, al giorno d’oggi, per essere considerato un designer indipendente non è necessario aver studiato design. Internet, attraverso i social media e diverse piattaforme di crowdfunding, ha giocato un ruolo importante. Attraverso queste piattaforme le persone hanno l’opportunità, senza un vero e proprio piano marketing o di business, di esporre il proprio lavoro, in modo da farsi conoscere al grande pubblico. In questo modo si crea un dialogo su di loro e sulle loro idee, che a seconda della qualità possono anche diventare virali.

Il punto però è che quelle grandi idee sono dappertutto ma non molte sono innovative e senza tempo. Il passo successivo per questi designer indipendenti è capire come implementare le loro idee e fare in modo che i progetti vengano prodotti. Qui è dove si inserisce il bisogno di finanziamenti. Quindi la domanda è: può un designer indipendente rimanere “indipendente” e, se così fosse, per quanto? La maggior parte dei designers raggiunge un punto della carriera dove ha bisogno di legarsi a un business più ampio ai fini della produzione. E io credo che, se il prodotto creato merita di essere diffuso e condiviso, quel designer debba accettare tale supporto, quando offerto. É una cosa positiva, non significa svendersi. Perché i progetti più belli al mondo sono stati pensati da persone che hanno iniziato la propria carriera come designer “indipendenti”.

AR: il tuo motto è “design è condivisione”. Potresti spiegarne il significato?

CV: Da una parte la mia ispirazione deriva da una canzone di Sebastien Tellier intitolata “La Ritournelle”. Il testo dice “L’amore è condivisione, il mio è per te”. Così ho pensato: “Se l’amore è condivisione, e io sono innamorato del design, allora il design è condivisione.” È come un’equazione matematica, come 1+1=2.
Dall’altra parte, secondo me, il motto “Design è condivisione” riflette il fatto di avere accesso al design in ogni momento della nostra vita. Se siamo nudi o scalzi all’interno di un edificio, ad esempio, siamo in contatto con quell’edificio e quindi stiamo scambiando energia con esso. Quando mangiamo, utilizziamo una forchetta e un piatto: questi sono oggetti di design. C’è sempre una connessione. E questa connessione raggiunge lo scopo alla base della creazione di questi oggetti; avviene la stessa cosa quando indossiamo un paio di scarpe o sediamo su una sedia. Questo è ciò che intendo per “condivisione”.
Tutto è progettato. In natura, ogni fiore, ogni pianta o albero ha il proprio design. Se si abbraccia un albero, quello è un momento di condivisione. Tutto è scambio di energia, e il design è sempre in movimento. Perché qualcosa potrebbe sembrare solido, ma – e qui è dove il mio background di fisica salta fuori – uno sguardo al microscopio rivela che ogni cosa è fatta di piccoli atomi che sono sempre in movimento. Quindi, dal mio punto di vista, la condivisione è l’interazione costante che abbiamo con tutto ciò che ci circonda.

AR: Parlando di geografia del design, questa nella mia opinione non è più guidata solamente da aziende e produzioni. Scuole e risorse, per esempio, stanno danno un carattere locale alla ricerca. Cosa pensi a riguardo? E dove si può trovare il dibattito di design più interessante, al momento?

CV: Portando il termine ‘geografia del design’ letteralmente sulla mappa, vediamo come le diverse città e Paesi concepiscono ed esportano prodotti che li portano ad interagire con altri posti.
C’è sicuramente un trend di localizzazione, dove il pubblico supporta designer, materiali e produzioni locali. Ed è una cosa meravigliosa perché consente di tornare indietro alle radici delle qualità intrinseche che danno ad una determinata città o paese il suo unico e speciale carattere.
Uno dei dibattiti più interessanti che si sta svolgendo ora è: social media friendly VS humanity friendly. Questa dicotomia si riflette nel confronto tra un oggetto che è stato creato solo con lo scopo di provocare scalpore temporaneo online, e dall’altra parte un oggetto che è stato creato con l’intenzione di mostrare una motivazione forte e duratura alla base della sua creazione. Ci sono troppi impulsi intorno a noi, e persone che provano solamente a superare gli impulsi di altri.

AR: Il tema di Operæ 2016 è Designing the future. In questo senso, che tipo di responsabilità ha il design, secondo il tuo punto di vista?

CV: Tutto quello che ho menzionato in precedenza: il design deve rispettare la natura ed essere sostenibile. Gli oggetti di design devono avere una ragione forte ed uno scopo per essere prodotti, altrimenti la loro esistenza non ha senso. I designer devono progettare in modo ragionato, e ciò include la localizzazione delle produzioni e lavorare sempre con un grande rispetto delle risorse locali che stanno utilizzando.

AR: Ho letto recentemente su Yatzer la citazione brillante di Neale Donald Walsch “La vita comincia alla fine della tua comfort zone”. Qual è la tua comfort zone e – in un senso più astratto – qual è la comfort zone della cultura del design?

CV : Ho l’impressione che oggi i nuovi designer siano caduti nella comfort zone di progettare qualcosa con l’intenzione di creare una sorta di buzz online. Vogliono diventare virali e vogliono che tutti parlino di loro. Fino a quando non capita di uscire dal radar una settimana più tardi, poiché manca la necessaria capacità di resistenza. A mio parere, quella dovrebbe essere una zona vietata ad ogni designer, poiché si dovrebbe sempre creare con l’intento di creare qualcosa di duraturo, che possa autosostenersi. Vorrei che più progettisti si rendessero conto che questa è una maratona e non uno sprint.
Per quanto riguarda la mia comfort zone personale: credo di aver superato i limiti esterni della mia comfort zone quest’anno, festeggiando i dieci anni di Yatzer. E in questi anni ho imparato che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare; posso sempre scoprire cose nuove! Così, la comfort zone che penso di avere viene rivalutata ogni giorno. Oggi ho superato quella che cinque anni fa era la mia comfort zone. Viene costantemente ridefinita perché credo si debba evolvere e uscire dai propri confini percepiti. Non so identificarle, ma so che in momenti specifici sono accadute cose che hanno esteso la mia immaginazione quando raggiungevo obiettivi che non avrei mai pensato. È questa la meraviglia del mio lavoro, quello che mi viene offerto ogni giorno.

AR: Un consiglio per i nuovi amanti del design.

CV: Vorrei consigliare ai designer di progettare in modo responsabile e ai nuovi amanti del design di ottenere design responsabile.

AR: E la tua prossima destinazione?

CV: La mia prossima destinazione nel mio lavoro è probabilmente il cartaceo. Forse un libro … ci sono un sacco di cose a cui sto lavorando. La mia prossima destinazione sulla mappa? Vedremo!