Autoproduzione: intervista al primo Fablab italiano


Incontriamo Enrico Bassi, designer laureato al Politecnico di Milano e coordinatore del primo Fablab italiano inaugurato ad aprile a Torino. FabLab sta per Fabrication Laboratory: un luogo che è né fabbrica né bottega artigiana, (anche se ha parentela con entrambe le realtà) nel quale è presente una dotazione tecnologica costituita da una macchina a taglio laser, una stampante 3D, una fresa a controllo numerico, una macchina per la prototipazione rapida. L’insieme di questi utensili tecnologici consente a chiunque di produrre o aggiustare “quasi” qualunque cosa.

 

I Fablab nascono per essere luoghi in cui produrre “quasi” tutto. Che significato assume l’espressione “design autoprodotto” in un contesto come questo?

Dal mio punto di vista, l’autoproduzione si delinea come una sorta di rivendicazione dei designer a fare “il designer”. Niente più di ciò che da sempre è richiesto loro: realizzare idee, toccare la materia e attaccarci una visione del mondo. Ciò avveniva ancora negli anni ‘60/’70 quando, insieme con l’azienda, il designer poteva condurre progetti comuni. Il paradosso contemporaneo ci mette di fronte un’azienda che è sempre più una scatola vuota, un nome che intrattiene relazioni con enti terzi ma sempre più scollegata da ciò che produce.
Nella direzione di un bisogno di riappropriazione del fare, il Fablab è un passo ancora più estremo. E’ il momento in cui il designer accetta che tutti possano progettare. Succede perché qui chiunque può usare le macchine che usa l’industria, accedere alle competenze di un designer e alle conoscenze dei materiali di un artigiano. Le conseguenze di una tale concentrazione di strumenti e risorse sono molteplici.
Il cittadino assume un atteggiamento responsabile nei confronti dell’oggetto domandandosi di quali materiali sia fatto ogni singolo pezzo, se serve realmente e in base a quale abitudine, diminuendo anche le probabilità che sia gettato dopo poco.

 

Ai fini della progettazione e della realizzazione, la digital fabrication si caratterizza per l’uso di software e macchine digitali. A quali opportunità questo consente di accedere in termini di ricerca sul prodotto e sul processo?

Produrre con delle macchine significa adeguarsi ai linguaggi a cui quelle macchine rispondono: nuove macchine implicano nuovi linguaggi. Quando è nata la plastica, la macchina per lo stampo a iniezione aveva un suo linguaggio e quel codice ha caratterizzato tutti gli oggetti derivati dalla plastica.

Da sempre dunque gli oggetti assumono le caratteristiche del linguaggio della tecnologia di produzione che li fa. Le macchine digitali con le quali noi abbiamo a che fare hanno nuovi linguaggi. Presuppongono attenzioni diverse, diverse peculiarità, considerazioni sui pesi e sulle strutture, alternative. In altre parole altre opportunità di progettazione.
La differenza è che dove prima bisognava conoscere il funzionamento del processo di stampaggio a iniezione, con le macchine digitali spesso è sufficiente sapere come fare un file 3D. Le uniche limitazioni hanno a che fare piuttosto con tempi e costi.
Lo sforzo progettuale si concentra nella fase di analisi del contesto d’uso poiché realizzare un proprio oggetto implica una scelta che può derivare solo da una buona valutazione preliminare. Superata questa fase in poche ore il progetto è pronto poiché il prototipo è già il pezzo finito e non bisogna mettere in moto la lenta macchina di un processo industriale.

 

Nel panorama dell’autoproduzione digitale o post-digitale, quale ritieni essere una realtà interessante (designer, galleria, istituzione…)?

Una delle realtà più interessanti dal mio punto di vista è Ponoko, un service internazionale che produce oggetti, basati su progetti a pagamento o addirittura gratuiti. il meccanismo funziona così: i designer possono caricare sul sito il loro progetto, avendo quindi una vetrina internazionale a disposizione. quando un utente vuole acquistare quell’oggetto lo commissiona a Ponoko, pagando il designer da una parte (se il progetto non è gratuito) e chi realizza fisicamente il prodotto dall’altra. Questo significa che il designer può farsi realizzare una serie limitata del suo progetto e poi rivenderla, oppure semplicemente farsi pagare il diritto ad usare la sua idea e lasciare che altri si occupino della produzione, distribuzione e vendita. La rete di Ponoko consente tra l’altro di raggiungere l’altro capo del mondo senza spostare il prodotto, ma solo il suo file 3D. A questo punto non importa più quanto sei famoso come designer. Ti basta avere buone idee.