Autoproduzione: intervista a Enrico Morteo


Enrico Morteo è storico e critico del design, ex direttore editoriale di Abitare e oggi collaboratore di numerosi periodici. Nel 2011 ha firmato la curatela della mostra Unicità d’Italia. Made in Italia e identità nazionale inaugurata a Roma il 31 maggio e aperta fino al 25 settembre.

 

Quale definizione daresti, dal tuo punto di vista di critico e storico del design, all’espressione “design autoprodotto”?

Per quanto sia vaga e di difficile traduzione, credo che la parola design rimandi in senso lato ad un modo ‘moderno’ di affrontare il problema della produzione di oggetti. Sebbene non in maniera esclusiva, ciò spesso si avvicina alla produzione di tipo industriale, per sua natura basata su processi seriali e, possibilmente, grandi numeri. Al contrario, la categoria della autoproduzione mi pare richiamare i modi di una produzione artigiana, basata non sulla velocità dell’industria quanto sulla durata del fare, un approccio di piccola serie o di pezzi unici.
Senza voler sostenere una vera e propria antinomia fra i due termini, mi pare che la categoria dell’autoproduzione occupi con intelligenza i margini della ricerca del design moderno. Ritroviamo illustri esempi di autoproduzione nell’esperienza inaugurale della Bauhaus così come in molteplici sperimentazioni che si collocano al confine con le ricerche dell’arte. Penso a Gaetano Pesce o Hella Jongerius, per fare solo due dei nomi possibili. Ma in certa misura affini ad un design autoprodotto sono anche molte delle proposte elaborate da un eccentrico personaggio quale Carlo Mollino, realizzate sotto la sua costante supervisione dalla falegnameria artigiana Apelli & Varesio.

 

In quali elementi della tradizione progettuale italiana, si possono riconoscere le radici dell’autoproduzione contemporanea?

In un Paese che vanta una ricchissima tradizione di botteghe artigiane sono infinite le ascendenze cui far risalire il ritrovato interesse contemporaneo per un design autoprodotto. Senza scomodare la primordiale industria della pasta di Gragnano, penso alla tradizione Muranese, agli orafi di Valenza, ai ceramisti di Vietri o di Albisola.
Nessuna però di queste lontane radici potrebbe da sola giustificare ciò che accade oggi, le cui ragioni sono piuttosto da ricercare nell’evoluzione delle tecnologie digitali, declinate sia in fase di progetto che di lavorazione. La possibilità di tradurre un disegno in un tracciato vettoriale che diventa perciò stesso istruzione per una serie di macchine a controllo numerico: un processo oggi relativamente poco costoso e alla portata di molti progettisti/produttori. Questo l’elemento di assoluta novità del progetto contemporaneo. Da non confondere invece con un vero e proprio revival dell’artigianato creativo, terreno affine ma concettualmente diverso da ciò che nonostante tutto ancora chiamiamo design.

 

Nel panorama dell’autoproduzione, quale ritieni essere una realtà interessante (designer, galleria, istituzione…)?

Sinceramente, il paesaggio dell’autoproduzione contemporanea mi pare ancora troppo pulviscolare e disperso per esprimere valori di punta e significativi. Ciononostante, gallerie come quella della milanese Luisa delle Piane si distinguono da tempo come promotrici di occasioni e di provocazioni. Per non parlare della parabola tracciata da lungo tempo da Ugo La Pietra, vero e proprio teorico situazionista di un design a misura del fare individuale.